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L’avventura di Sirio Sintoni tra i topi della steppa.

La bicicletta è un oggetto quasi magico quando si è dei ragazzini.
Quando siamo piccoli la bicicletta è la prima conquista della nostra indipendenza al di fuori della casa dove siamo nati. La conquista della prima libertà.
Poi la bicicletta diventa semplicemente un mezzo di trasporto.

Ai tempi della guerra le disponibilità non erano paragonabili a quelle di oggi. C’era la fame, si pedalava per necessità.
La bicicletta usata dal soldato Sirio ai tempi della seconda guerra mondiale era lo strumento con cui ogni volta il suo cuore si proiettava dai suoi affetti e le gambe dovevano accelerare le pedalate per stargli dietro.

Il nostro andare in bici oggi è il piacere di vivere le belle giornate all’aria aperta, con il mezzo più spensierato possibile. Forse a volte la usiamo anche con troppa leggerezza, l’idea di essere fermati dai carabinieri, in bici, rischiando una multa è l’ultimo dei nostri pensieri.
Per il soldato Sirio, quando correva come un matto in bici per le strade della sua Forlì, il pericolo di essere fermato da una coppia di tutori della legge era qualcosa di pesante. Da una parte perché poi magari ti chiedevano se avevi pagato il bollo (sì, all’epoca il bollo non era solo per le auto!) e c’era il rischio che ci scappava una multa. Ma il timore maggiore era di farsi fermare dalla ronda fascista che non lo avrebbe fermato per una semplice multa, ma per controllare se la sua meta coincidesse con il fronte, lontanissimo da qualsiasi affetto o impegno della sua vita quotidiana.
In mezzo alla morte.

 

Un viaggio dentro l’inutilità della guerra che comporta solo sacrifici.

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