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L’avventura di Sirio Sintoni tra i topi della steppa.

La bicicletta è un oggetto quasi magico quando si è dei ragazzini.
Quando siamo piccoli la bicicletta è la prima conquista della nostra indipendenza al di fuori della casa dove siamo nati. La conquista della prima libertà.
Poi la bicicletta diventa semplicemente un mezzo di trasporto.

Ai tempi della guerra le disponibilità non erano paragonabili a quelle di oggi. C’era la fame, si pedalava per necessità.
La bicicletta usata dal soldato Sirio ai tempi della seconda guerra mondiale era lo strumento con cui ogni volta il suo cuore si proiettava dai suoi affetti e le gambe dovevano accelerare le pedalate per stargli dietro.

Il nostro andare in bici oggi è il piacere di vivere le belle giornate all’aria aperta, con il mezzo più spensierato possibile. Forse a volte la usiamo anche con troppa leggerezza, l’idea di essere fermati dai carabinieri, in bici, rischiando una multa è l’ultimo dei nostri pensieri.
Per il soldato Sirio, quando correva come un matto in bici per le strade della sua Forlì, il pericolo di essere fermato da una coppia di tutori della legge era qualcosa di pesante. Da una parte perché poi magari ti chiedevano se avevi pagato il bollo (sì, all’epoca il bollo non era solo per le auto!) e c’era il rischio che ci scappava una multa. Ma il timore maggiore era di farsi fermare dalla ronda fascista che non lo avrebbe fermato per una semplice multa, ma per controllare se la sua meta coincidesse con il fronte, lontanissimo da qualsiasi affetto o impegno della sua vita quotidiana.
In mezzo alla morte.

 

Un viaggio dentro l’inutilità della guerra che comporta solo sacrifici.

I topi della steppa.Una guerra in cui l’obiettivo primario diventa salvarsi. Essersi salvati che poi diventa quasi una colpa.

– pag. 262
“Come avete fatto a salvarvi? Dov’eravate voi? Perché solo voi?”.

 

Italian style. Il soldato Sirio nota subito l’improvvisazione degli italiani rispetto all’organizzazione dell’esercito tedesco, dove non si improvvisavano le soluzioni e anche l’equipaggiamento del militari era pensato per resistere al freddo che poi incontrarono nel terribile inverno russo del 1942.

Mentre la fanteria italiana era stata equipaggiata durante un mite autunno, senza pensare che sul fronte russo ci sarebbero state da affrontare le temperature invernali. Come nel solito stile italiano: intanto si parte, poi ci si organizzerà lì. Perché pianificare tutto prima? Che fine farebbe la nostra famosa arte di arrangiarsi?

– pag. 80
Molte volte mi chiedevo: “Perché il nostro esercito non fornisce mai in tempo utile al soldato, chiamato a fare il proprio dovere e anche a morire per la patria, i mezzi adeguati indispensabili per combattere meglio i rigori del freddo che per noi era allucinante? Perché succedono sempre le medesime cose? Non si dica che queste realtà non si conoscevano anche prima dalla nostra partenza dall’Italia.”

E purtroppo, 70 anni dopo potremmo ripetere alla stessa maniera questo interrogativo.
Evidentemente siamo un popolo fatto così.

 

Emozioni dalla banalità. Al fronte, si passava così tanto tempo rintanati come topi nei rifugi scavati sotto la terra e la neve, fermi, quasi immobili per non essere bersaglio dei cecchini o del freddo, che quando iniziarono a non esserci più abbastanza uomini nemmeno per trasportare i pasti dalle cucine, il fante Sirio rivive il poter muovere le gambe per percorrere la strada verso le retrovie per ritirare il pasto suo e dei compagni come un emozione perduta da assaporare di nuovo.

pag. 90
Con i moschetti a tracolla, ci avviammo verso le retrovie. Per me era bello sentire di nuovo lo scricchiolio della neve fresca sotto le scarpe, muovermi finalmente e risentire le emozioni di un tempo.

Mano a mano che mi allontanavo dai mille pericoli del fronte, riscoprivo nella pace di quei luoghi, il mio mondo, che la guerra mi aveva fatto dimenticare, e il grande silenzio che ci circondava. Mi stavo rilassando alla vita.

 

Il nemico. I nemici erano i russi, ma il soldato Sirio ci racconta che, per quei pochi che si salvarono dalla disfatta sul fronte russo, l’unico sostentamento lo ricevettero dai civili russi. Un tetto dove dormire, pasti caldi forniti alla truppa italiana ad ogni sosta nei villaggi “nemici” attraversati.
Al punto che la stessa (mala) organizzazione militare italiana si appoggiava istituzionalmente a quello che potevano fare gli altri, anche al buon cuore dei civili nemici!
In maniera così sistematica che anche alla fine della ritirata, quando ci fu da riorganizzare le truppe ritirate negli avamposti lontani dal fronte, al trasporto pensarono camion e treni tedeschi, mentre per la sussistenza italiana ciò che la patria riuscì fornita al nuovo campo base erano “una coperta, una razione di viveri, una cartolina militare e un pacchetto di sigarette milit ogni due soldati. Questo era tutto quello che il nostro comando ci dava, al resto dovevano provvedere le famiglie dei contadini russi.

Ovviamente le sussistenze dell’esercito alleato tedesco erano da sole comprensive di quanto serviva.

 

La violenza sorda. Il racconto presagisce fin dall’inizio lo scontato epilogo di morte che avvolge qualsiasi storia di guerra vissuta in prima linea, ma il primo morto si palesa solo a pagina 97. E ancora c’è incredulità, non viene descritto come avviene la tragica fine di quel primo morto. La morte rimane ancora una presenza, per quanto costante, non ancora reale, senza sangue, ancora attutita dalla neve ghiacciata che aveva come imbalsamato e reso un manichino di marmo quella prima vittima incontrata.
Tra l’altro la prima vittima non è frutto della prima linea, ma viene rinvenuta su una strada nelle retrovie.

I topi della steppa. Fronte russo 1942-’43. Sirio Sintoni (ISBN 88-87369-02-X)

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